Ultima fermata: Monaco di Baviera...con la mente a Praga

La giornata è volata via. Partito in punto da Praga alle 9:16 in direzione di Monaco e dopo aver risolto i miei problemi alcoolici legati all'ultimo festino in un localino per teen-agers la sera prima, mi sono accomodato su una carrozza di seconda classe. Devo anche rammendarvi che il mio nauseante risveglio è stato anche in parte addolcito dallo sguardo ammiccante di una ragazza delle pulizie che già avevo adocchiato dalla prima giornata. Il gioco di sguardi è stato inevitabile e proprio in quel momento ho realizzato di essere sul punto di partire.
Salutato anche l'ultimo russo presente nella hall con un preciso "da svidania", mi sono diretto verso la fermata del tram.
Di solito la partenza lascia sempre dentro un senso di nostalgia. Non l'avrei mai detto, ma anche Praga mi ha trasmesso lo stesso feeling. Il mio primo impatto non è stato dei migliori, anzi.
Odio le città italiane all'estero. Noi italiani, soprattutto meridionali, abbiamo il misterioso potere di rendere una città magica in una provinciale metropoli internazionale. Non sappiamo, soprattutto noi giovani, renderci conto di ciò che vada oltre le mura di un locale su 5 piani con accesso in ascensore e le quattro fighe che pascolano nel centro.
Una qualsiasi città, seppur per colpa e disgrazia dei turisti che calamita, con queste caratteristiche, deve essere messa al bando. Questo è stato il mio primo impatto.
Una città violentata da una frotta di contadini emigrati seguendo chissà quale falso mito. Il contadino dei giorni nostri e di casa nostra, crede ancora nelle favole e nei racconti dei nostri padri.
Oramai siamo sputtanati in tutta Schengen e le donne straniere hanno superato da un pezzo il mito del tricolore. La donna europea, soprattutto a est, è emancipata e non ha bisogno di nessun gallo ruspante che le riempia le orecchie con bolle sparate in una lingua incrociata tra l'italiano dialettale e l'inglese elementare. Trovo vergogna quando vedo la notte sul ponte Carlo bestie inforcanti occhiali da sole Gucci e giubbottini Napapajri. Siamo il paese del benessere apparente. Ci indebitiamo per apparire quello che non siamo e per far credere agli altri, per fortuna invano, ciò che noi vogliamo. Trovo pietà per tutti coloro che nelle vie della città vecchia di Praga si richiamano come licantropi sotto la luna piena, scandendo mezze frasi dialettali dal significato ignoto anche al sottoscritto. Ma come sempre capita, mi sto dilungando su argomenti che ho già abbondantemente trattato in un precedente post.
Come dicevo la mia prima sensazione praghese è stata di rifiuto. Ho cercato di ritagliarmi uno spazio in un ambiente più autoctono. Non è stato facile e non ho la presunzione di dire che ci sia riuscito, però ho intravisto come la città nella sua forma genuina e ripulita dalla feccia tricolore, possa offrire qualcosa di molto speciale.
Indimenticabile la passeggiata notturna in solitaria sul ponte Carlo, la visuale dall'orologio astronomico e del castello, le vie notturne e desolate del centro storico. Questi sono stati i momenti in cui si è instaurato un feeling particolare con la città, un'accettazione e un rispetto reciproco. Non aver ceduto alla facile tentazione di declassare e violentare la grandezza di una capitale a una qualsiasi bancarella a cielo aperto, il tentativo di capirne i significati più reconditi, le sue storie, le tradizioni e la gente comune, è stata ripagata da un'accettazione e riconoscimento da parte della città stessa, svelandomi aspetti di una Praga non accessibile ai comuni turisti di massa. A presto città Imperiale!


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